Mi chiamo Silvana Di Liberto e, fin da bambina, ho avvertito dentro di me un’intuizione sottile ma tenace, come un richiamo sommesso che orientava la mente altrove. Sapevo che un giorno avrei lasciato la mia Sicilia — non per rinnegarla, ma per compiere il destino di chi intuisce che le radici non sono catene, bensì trampolini da cui spiccare il volo. Nel pieno della mia giovinezza, spinta da una passione che è diventata mestiere e che ancora oggi mi nutre — “la cantante” — ho capito che era arrivato il momento di disfare il conosciuto. Non per inseguire qualcosa là fuori, ma per permettermi di essere trovata da ciò che ancora non conoscevo.
Come scriveva Rilke, la vita ha ragione, in ogni caso. Da Londra, sono approdata a Barcellona, che per quattordici anni ha smesso di essere solo uno spazio urbano, trasformandosi in casa. Mi ha regalato sfide che mi hanno fortificata, viaggi che mi hanno aperto gli occhi, una lingua che ho imparato ad amare, suoni inediti che hanno ampliato il mio repertorio musicale, e un nuovo modo di appartenere al mondo.
Un giorno, come accade con tutte le cose inattese che spostano l’asse di un’esistenza, è comparsa una nave privata. Lì, tra le onde, la mia voce si è intrecciata a quella di un pianista sconosciuto, che a sua volta ha catturato l’attenzione di una passeggera in particolare — una donna destinata a diventare molto più di questo. Mi ha parlato del Cammino di Santiago de Compostela. Del suo sogno: seguire le orme di una testimonianza che è tanto geografico quanto interiore. L’ho accompagnata, senza farmi domande. E da allora sono passati quasi vent’anni.
Quel mistico sentiero — un tempo avvolto nel silenzio del sacro — oggi è diventato un’autostrada umana. Un tempo si avanzava seguendo le frecce gialle, stringendo tra le mani una mappa. Oggi, invece, sono gli schermi a guidare i passi: smartphone, app, notifiche — e nella velocità digitale si smarrisce spesso il senso. Ad ogni tappa, la gente del posto ci accoglieva con semplici doni: un urlo di incoraggiamento, un bicchiere d’acqua, della frutta, una parola donata come riparo. Oggi, troppo spesso, in questo Cammino francese resta soltanto il riflesso commerciale di quella generosità: un’accoglienza che ha ceduto il passo al business e all’efficienza senz’anima.
Quella partenza da Saint-Jean-Pied-de-Port, che si estende per circa 800 chilometri, mi ha messa alla prova: i Pirenei da scalare con uno zaino sulle spalle, qualche vescica ai piedi, cani randagi, fango, pioggia, sudore, fatica, lacrime. Ma ogni limite si è rivelato un varco. Ogni dolore, un maestro travestito. E in cambio, senza aspettarmi nulla, ho ricevuto molto più di quanto avrei mai osato chiedere. Albe che sembravano pennellate da un dio distratto, paesaggi capaci di mozzare il fiato, sorrisi che mi hanno restituito la fede nell’umanità. Ho ascoltato storie narrate in lingue che non conoscevo, imparando a comunicare con i gesti — come si fa quando le parole non bastano, o non servono. Ho raccolto leggende sussurrate dai muri delle chiese e mi sono lasciata attraversare da silenzi che dicevano più di mille parole. Ho gustato una gastronomia che non era la mia, come si assapora un ricordo d’infanzia. E mi sono persa — sì — ma non per smarrirmi: per ricordarmi che perdersi è una forma nobile del cercare. L’architettura che costella questo itinerario incuriosisce e affascina, invitando a scoprire il Romanico, il Gotico, il Barocco, fino agli elementi Mudéjar e Rinascimentali — non tanto per ciò che custodivano, quanto per ciò che evocavano. Ed è in quella rara sapienza del vivere nel presente che ho imparato a rallentare, ad ascoltare il corpo quando chiede tregua, e il cuore quando invoca pace. Soprattutto, ho percepito una presenza sottile — come se i pellegrini di un tempo camminassero al mio fianco: invisibili, eppure vicini. Custodi di un sapere antico, che ancora si lascia incontrare da chi sa ascoltare. C’era anche lei, la mia compagna di viaggio, diventata un’amica inseparabile. Con Michelle ho condiviso tutto, senza maschere. Mi ha donato il mondo, insegnandomi a guardarlo… e a cercare me stessa nei suoi riflessi. Ho incrociato anime di ogni età, condizione sociale e nazionalità. Ognuna portava con sé un enigma, la propria religione, un dolore, una speranza, un ricordo che pesava, la volontà ostinata di raggiungere la meta. E ho capito che, sul Cammino, non esiste una sola verità. Perché il Cammino non è fuori. Il Cammino, in fondo… sono io.
Tornata da Finisterre in macchina, non ho parlato con nessuno di quel viaggio per tanti anni.
Poi è arrivata la pandemia, e con lei il ritrovamento del mio vecchio diario. Rileggerlo è stato come riaprire una finestra su me stessa. E ho sentito il bisogno di fermare tutto, nero su bianco.
Così è nato Il Cammino di Santiago (a modo mio): un’opera personale, sincera, ironica… che semina idee, emozioni, spunti — se il lettore lo desidera, senza mai imporsi. ‘A modo mio’ perché non ho seguito tutte le regole, perché ho ascoltato il mio ritmo, perché ho riso quando mi dicevano che non ce l’avrei fatta. E invece… Se vuoi camminare anche tu, a modo tuo, il mio libro è un invito aperto a partire. Lo trovi su Amazon.

Il richiamo del Cammino è tornato forte quando, a malincuore, l’anno scorso ho lasciato la Spagna per tornare nella mia isola. È stata la mia amica María, del Paese Basco, a ispirarmi l’idea di tornare una volta di più come pellegrina. L’ho conosciuta in un piccolo borgo dell’Andalusia, dove ho vissuto per cinque anni, grazie alla versione spagnola del mio libro. Insieme abbiamo scelto una via meno battuta, più solitaria: la Via de la Plata, che attraversa tutte le regioni della Spagna da sud a nord — Andalucía, Extremadura, Castilla y León — fino alla città santa. Per motivi di salute, María ha dovuto fermarsi — lei che avrebbe voluto arrivare fino in fondo, definendo questa la sua ultima missione. Le ho chiesto di non esporsi a rischi e le ho promesso che avrei portato avanti il nostro progetto, come un atto d’amore e fiducia. Infatti, il 17 settembre l’Associazione Amigos del Camino de Santiago de Sevilla – Vía de la Plata mi consegnerà la credenziale “Vicarie Pro” a nome di María, come se la donasse a entrambe. Questo documento, che accumulerà via via i timbri, sarà la chiave per accedere agli albergue dei pellegrini, più accessibili delle strutture private. Dal 20 settembre al 13 novembre indosserò magliette con i loghi delle imprese che mi sostengono. Porterò con me un sentimento più ricco, quello che solo chi ha già camminato può capire — e che guiderà la scrittura del mio secondo libro. Affronterò oltre 48 tappe in 53 giorni, da Siviglia alla Galizia, con arrivo previsto per il 12 novembre.
Ringrazio il blog my trip map e ci risentiamo quando torno dalla Vía de la Plata. Seguimi sui social per vivere con me la Via de la Plata, tappa dopo tappa!
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